Roberto Zargani Artista

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RECENSIONE DI GIOVANNI SEBASTIANO BRIZIO SUL LEAFLET DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA AL TEATRO JUVARRA DI TORINO (18/04-09/05/2001)

E' difficile per un "gentile" incunearsi nel profondo delle ritualitá ebraiche. Esplicitarne - al di lá del palese – le segretezze malsane o le limpidezze arcane delle rivendicazioni al troppo errare di un popolo, di una etnia, che nel generare "l'ultimo dei giusti" ha pagato, e continua a pagare seppur con grinta appuntita, quel suo eccelso essere diverso (esibito con orgoglio nel fotomontaggio "Jude") Zargani é pittore d'espressione. Bricoleur di somma perizia istintuale nel combine d'aggetti materici (le povere/ricche cose dei mercatini, di rimasugli di cassetto) e l'accentuata linearitá delineante grottesca, il tutto unito da avvolgente timbricitá cromatica che dalle squillanze dei verdi si ottenebra nelle cupezze bluastre dell'oltremare, dalla solaritá del giallo cromo si stempera nei rosa carnicino, nel vermiglio dei manti, in un tutt'uno espressionisticamente lirico. Un lirismo oculato, magico nel captare del personaggio, delle "avventure" dei protagonisti (si osservi l'estatico dei volti dei giocatori di tarocchi ne "II diavolo"), gli aspetti grotteschi, quel lepido sapore di carnalitá astuta, Eros concupiscente e lasciva estasi, che infoia osservata e guardone ("David e Betsabea"), il soggiacente e l'oppressore ("La Mantide"). Oculato perché rifugge da quel troppo facile pietismo di trasformare il senso della rappresentazione nella platealitá del: la vittima e il carnefice! La misura di Zargani é un altro suo dato precipuo. Proprio come dosare la pittura e l'inserto, l'eccesso e la sintesi. Un calibro di estrema finezza, spontaneamente esercitato come entomologo dei giusti equilibri, nel sapido dosare richiamo dei reperti e amalgama cromatico. Se le solennitá ebraiche di Chagall esternano, del rito, la coralitá molteplice del rapporto umano con la Sinagoga, le cerimonie di Zargani solennizzano il privato: il rapporto "volante" del nonno/Rabbi nell'accensione delle candele e nella distribuzione dei doni giornalieri ai bimbi ("Channukká - festa delle luci"), la coralitá del brindisi pasquale al desco domestico pieno di zucchette e cappelli, di uova sode e dolcini ("Pesach"). Nel groviglioso impastarsi di grumi di colore, pennellate sapienti, oggetti disparati, Zargani inscena il riflesso umano, ancora la quotidianitá dell'intimo personale nel rapporto costante con l'eccelso del rituale. Come coesistono ilari constatazioni sulla flebilitá della carne ("Sukkoth - festa delle capanne"), con tralci di vite e grappoli d'uva, fogliame ottundente le conoscenze bibliche dei giovani, cosi convivono la stella di David e il feltro nero, i nasi adunchi e le barbe, le tavole dei Comandamenti, angeli e donne nude, in una carrellata fissata in espressionistici fotogrammi che nella dinamica filmica di molti cineasti juif (e non solo Allen) vedono nell'irriverenza riguardosa, nell'esuberanza ubriaca, un molto umano celebrare il mondo, la gioia d'esserci costi quel che costi. II caos onirico - ludico di Zargani é infatti quella gioia carnale che prima o dopo dei digiuni invade la "sostenibile" qualitá dell'essere e cosí anche per il Purim e/o Kippur.

Giorgio Sebastiano Brizio

 

Roberto Zargani