Roberto Zargani Artista

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ALLISIO DESIGN

ARTICOLO DI DAVID SORANI SU “HA KEILLAH” (APRILE 2003)

UNA MOSTRA DI ROBERTO ZARGANI IN COMUNITA’DIECI MAKOT TRA MATERIA E INCUBO

Roberto Zargani ci ha ormai abituato a una visione totale, piena, realistica e senza infingimenti del mondo biblico che nutre le sue rappresentazioni artistiche. Qui il realismo diviene iper-realismo, in una lucida accentuazione della distruzione, della morte, del dolore che le dieci piaghe d'Egitto immettono nel creato. II suo linguaggio, al solito, va al di lá della pittura propriamente detta, aggregando in una visione debordante residui, scorie di una realtá materica che si fondono all'insieme pittorico quasi crescendo da esso, abbarbicandosi con tenacia agli elementi naturali raffigurati nell'insieme.

Le scene si presentano cosí in forte rilievo, con una tridimensionalitá mossa volta ad accentuare la drammaticitá e a convogliare l'attenzione sugli aspetti più inquietanti.

La dimensione dell'incubo e del mostruoso si affaccia piu volte da queste tele, a sottolineare la paura, lo smarrimento, l’angoscia di cui le piaghe che colpiscono gli Egiziani finiscono per essere la metafora. Incubo fisico sono certamente le teste in rilievo e in prospettiva aerea piegate dai pidocchi, e ancor di più gli occhi gonfi spaventosamente aggettanti delle cavallette.

Ma oltre la deformazione fisica e la paura generata dalla mostruositá, sono le immagini di rovina e di abbandono a suggerire il più completo senso di vuoto e di esclusione, ad attingere appieno il clima di annientamento, ad evocare la morte silente che aleggia dopo il climax di violenza: la luce abbagliante e tagliente che con la forza divorante della scabbia sferza il profilo della Sfinge, il desolato deserto bianco lasciato dalla grandine in mezzo alle palme, il triangolo oscuro in cui – sotto l’occhio luminoso di Dio – la vita smarrisce se stessa nelle tenebre, i poveri resti informi dei primogeniti egiziani sui quali si depositano - nella luce calante - sinistre ali di avvoltoi.

Su tutto, grava un impalpabile ma quasi visibile silenzio, segno della morte e dell'assenza, espressione della sympátheia e del dolore dell'artista: una pietas che pare tuttavia, a tratti, celare un umano, quasi ironico sorriso. Quasi che a generare queste visioni oniriche e un po' folli sia stato anche l'affettuoso ricordo d'infanzia di tante vecchie haggadoth di famiglia, con

le loro stampe approssimative e sgraziate (tzurá dell'aggadá). Quasi che la condivisione per la sofferenza e la morte dell'altro, che rende comunque meno piena la nostra gioia per la libertá conquistata, fosse stemperata da una ritrovata consuetudine con quelle divertenti immagini dell'infanzia.

David Sorani

Roberto Zargani